Roo Arcus, il cowboy che canta passato e presente

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Anche i veri Cowboys sanno suonare e cantare. Alcuni divinamente. E’ sufficiente ascoltare i brani melodici di Ian Tyson o quelli di Dave Stamey. Ma qual è il loro erede più accreditato? E’ un australiano che risponde al nome di Roo Arcus: da qualche anno si sta affermando come nuova star di ‘Cowboy Music’.
Un giovane nato come allevatore di bestiame da lavoro nella terra dei canguri al debutto come singer nel 2000, che ha conosciuto grandi dispiaceri (morte prematura della madre) e disavventure legate alla natura selvaggia del luogo di nascita, ma che ha saputo reagire alla grande, proprio da Cowboy, nel mondo delle sette note grazie alla sua padronanza strumentale (due Nomination ‘Chitarra d’Oro’) e ad una voce chiara, dolce e ben registrata tanto da incantare i boss di Nashville, fra cui l’amico-mentore Label Rod McCormack.
Amore, fede e rispetto sono i temi ricorrenti delle sue canzoni, da gustare preferibilmente a cavallo, vicino ad un fuoco, in occasione di feste in cui l’allegria e l’amicizia regnano sovrane.
Canzoni autentiche, tanto semplici quanto significative e al tempo stesso emozionanti. Per rendersene conto ecco il CD dell’agosto 2012 “This here Cowboy”: il suo biglietto da visita sia come titolo che come arie che si susseguono e che si è indotti a risentirle senza soluzione di continuità. Melodie autentiche, sovente contraddistinte da un inizio dal sapore antico seguito da movimenti ritmici moderni atti a segnalare la bellezza e la fortuna di essere cowboys, sovente affaticati ma felici di vivere a contatto con animali e natura selvaggia, fuori da quegli schemi abituali sempre più avvilenti se non addirittura offensivi in cui spesso ci si ritrova.
Libertà regalata anche dal tema del ‘viaggio’: elemento che permette di conoscere realtà differenti da quelle abituali e che fa crescere dentro arricchendo il bagaglio personale interiore, fondamentale poi se chi lo sperimenta è un artista.
Dunque un invito ad ascoltare il nostro ‘nuovo tradizionalista’, impegnato in ‘Am i crazy’, ‘Bluecollarville’ ‘She’s one of those’, ‘Little by little’ ‘If we didn’t know so much’, ‘Stretching wire’ solo per citare alcuni pezzi tra i più emblematici.
Arie in grado di far sognare, magari da proporre al proprio cavallo nel corso di una passeggiata. Già perché i cavalli sono sensibili alla musica come affermava il mai abbastanza celebrato horseman Henry Blake: per sua esperienza sosteneva infatti che i ritmi sparati tipo discoteca li innervosiscono (poveri box!), mentre quelli dolci e cadenzati li blandiscono. A proposito di empatia uomo-equino…

Il Texano

 

 

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